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Home Page > TUTTO IO DEVO FARE > Articolo Inserito il  01/09/2010





Quel giorno che sono diventato papÓ  
PaternitÓ Oggi - Quel giorno che sono diventato papÓ

C’è stato un momento in cui ho iniziato a voler diventare papà. Era il tempo dei primi innamoramenti, delle prime “cotte” perlopiù non dichiarate e siccome fantasticare è gratis, iniziavo pure a pensare a mio figlio.
Con il passare degli anni e delle esperienze è cresciuta la convinzione che sarei stato un bravo papà: presunzione direte voi. Si, presunzione! Tanto anche quella è gratis…

Poi è arrivato il giorno di fare sul serio: senza preservativo e stavolta per scelta e non perché non era il momento di andare a cercarne uno (ma quante volte ho “rischiato” di diventare padre?). Ma ancora non mi sentivo papà, avevo altro a cui pensare in quei momenti.

Una sera a cena è arrivata la frase magica: “ho un ritardo” mi ha sussurrato mia moglie in pizzeria e io “da quanto tempo?” e lei “da qualche ora…”.

Puntuale come un orologio atomico del Cern di Ginevra qual’era, lei iniziava già a preoccuparsi delle conseguenze delle nostre “leggerezze consapevoli” in fatto di contraccezione e s’è pure mezza offesa quando mi sono messo a ridere del suo personalissimo test di gravidanza.

Due giorni dopo, davanti a quelle lineette del test acquistato in farmacia che prendevano forma e colore e dopo un paio di veloci quanto superflue riletture delle istruzioni del test, iniziammo a ridere poi a piangere poi di nuovo a ridere, insomma a farcela addosso. Biologicamente parlando ero papà, ma il mio cervello era saturo di emozioni e non era in grado di farmi sentire tale.

La gravidanza l’abbiamo passata tra controlli medici, shopping vari e letture didattiche. Fino a quando mia moglie non ha iniziato a disturbare il mio sonno con le sue pipì notturne (all’epoca pensavo che niente potesse essere più scocciante di notte), ma di fatto, a parte qualche attenzione e qualche coccola in più da parte mia nei suoi confronti, nulla era ancora cambiato e questo contribuiva a farmi ancora sognare come sarei stato bravo a fare il papà. Già, ma in realtà ancora non mi ci sentivo e poi mancava ancora un mese…

“Dobbiamo andare” sono state le ultime parole di quel sogno di quella tarda mattinata di domenica. “Dobbiamo andare, alzati!”. Mia moglie ha sempre avuto quella strana mania di arrivare in orario, ma adesso esagerava! Sentivo che non era passata ancora metà giornata e l’appuntamento con i miei genitori era per la cena, perché tutta quella fretta?

“Dobbiamo andare…”

Quei punti di sospensione e quella leggerissima intonazione ironica (quando invece, di solito, al terzo avvertimento era tutto tranne che ironica), mi hanno fatto scattare come un furetto a cui hanno appena detto che il contadino ha lasciato aperta la porta del pollaio!

Puntuale come un autobus di Roma a ferragosto, quell’alieno che cresceva nella pancia di mia moglie, tre settimane prima che giungesse a termine il patto con quanto previsto dalla natura, rompeva le acque e rompeva pure quell’ultimo sonno di quell’ultima domenica mattina passata senza la sua voce nelle orecchie.

Era il secondo giorno che stavamo in ospedale, ormai era solo una pura formalità e di lì a poco sarei diventato papà, o no? Ci sono mille cose che possono andar male durante un parto, ma non erano quelle a preoccuparmi. Sarei diventato finalmente papà? Ancora non mi ci sentivo…

Dopo urla, sangue, sudate e imprecazioni varie in lingue sconosciute, in una fredda serata quasi invernale, per l’anagrafe ero papà. Me lo dicevano tutti: “Congratulazioni, sei diventato papà!”. Sarà, ma ancora una volta non c’era tempo per pensarci, c’erano altre cosa a cui provvedere.

Il primo giorno di ritorno a casa dopo quell’esperienza, eravamo in tre con tre distinti flussi sanguigni. Eravamo due genitori e un figlio, ma mia moglie ed io avevamo la sensazione netta che ancora non eravamo né lei una mamma, né io un papà: ne sarebbe passato di tempo prima di diventarlo e quell’enigma che faceva finta di dormire nella sua culla, che aveva già iniziato a studiarci anche se teneva gli occhi chiusi, lo sapeva.

I mesi passavano e ormai tutti (ma proprio tutti eeh) si rivolgevano a me come ci si rivolge ad un papà. Quando si sparge la voce che in un qualche registro di un qualche Comune c’è scritto che sei un papà, nonostante nemmeno io abbia ancora verificato se effettivamente c’è scritto oppure no, da allora si è automaticamente  promossi ad un rango di autorevolezza che decisamente stonava con le magliette colorate da adolescente che ancora porto, ma per tutti ero un papà. Per tutti ma ancora non per me, c’era ancora qualcosa che sentivo nel profondo non essere ancora andato nel posto giusto. Come un pezzetto di tetris nell’anima, ancora da ruotare per completare il quadro.

Papà? Pappa? Papa? No, ha detto “Papà”! Mio figlio ha detto proprio “Papà”, ma allora perché quell’ultimo pezzo di tetris ruota ancora e non si incastra a dovere? Non sarà per caso che esiste la remota possibilità che mi sia sbagliato e che tutti quei sogni che mi sono raccontato fino ad ora non si avvereranno? Perché non sono ancora diventato un papà?

Fino a quando un giorno, un giorno qualunque in cui non mi ero preparato, non avevo preparato alcun discorso, la stampa non era intervenuta perché non avevo rilasciato nessun comunicato per avvertirla, sono diventato finalmente papà perché ho sentito che quell’ultimo mattoncino colorato del mio tetris è andato nel posto giusto.

E’ stato mio figlio a comunicarlo ad un suo amichetto quando avevano tutti e due appena due anni. Eravamo solo noi tre ed è stato un patto tra uomini, una di quelle cose che si vedono nei film, dove l’inquadratura stringe sugli occhi dei protagonisti, ne cattura il sudore che si addensa sulle tempie e poi allarga ruotando intorno con la telecamera montata su una gru per cogliere l’insieme e poi ancora fa un flashback sul labiale di chi ha pronunciato quella frase epica: “Questo è il mio papà”.

Il suo amichetto non ha fatto una piega. Del resto, il concetto era straordinariamente semplice, anche un bambino di due anni poteva capirlo, ma io ancora non c’ero arrivato. Sono state parole che solo l'essenzialità sa rendere così eleganti, senza dubbi, senza emozioni, un dato di fatto che nemmeno un’analisi del  DNA potrebbe ormai mettere in discussione. Così tanto significato in così poche parole, pronunciate da quel piccoletto che da quel giorno mi ha fatto capire che ero diventato finalmente papà!

Federico



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