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Home Page > NEWS > Articolo Inserito il  24/01/2011

Pruzzo: "Dino Viola era come un padre"  
PaternitÓ Oggi - Pruzzo:

Vent’anni sono passati da quel 19 gennaio 1991quando, per un tumore all’intestino, si spense all’età di 76 anni Dino Viola. Uno dei più importanti personaggi del calcio italiano, il presidente che fece grande la Roma. Originario della Lunigiana, dopo esser entrato nella dirigenza giallorossa, nel 1979 rilevò la società allora gestita da Anzalone e in pochi anni, grazie al suo spirito imprenditoriale fece dell’allora «Rometta» una squadra di vertice lungo tutti gli anni 80.

Storiche le sue battaglie contro la sudditanza degli arbitri e lo strapotere del Nord.Dopo 11 anni di presidenza, arricchì la bacheca dei giallorossi diuno scudetto (1983) e 5 coppe Italia, oltre alla sfortunata finale di Coppa dei Campioni persa all’Olimpico con il Liverpool. Con lungimiranza scelse Nils Nils Liedholm per guidare una rosa di campioni del calibro di Falçao, Conti, Tancredi, Di Bartolomei, Ancelotti, Chierico, Vierchowod. E Roberto Pruzzo, che con la lupa stampata sul petto ha vinto anche tre titoli di capocannoniere e che oggi lo ricorda così: «Se ne è andato un pezzo di noi, perché anche noi calciatori siamo diventati importanti con questa società. Il suo ricordo resta ancora indelebile».

Bomber, che tipo era Dino Viola?

«Un grande personaggio, che ho avuto la fortuna di conoscere e apprezzare. Tra noi c’era un grande rapporto, erauna persona avanti coi tempi, aveva capito subito come andava il mondo del calcio. Dopo solo un anno già combatteva per avere uno stadio tutto suo, ma non glielo hanno permesso. La domenica sera spesso tornavamo in Toscana nella stessa auto, e assieme alla moglie Flora parlavamo tanto di calcio e di arbitri, di gol come quelli annullati a Turone e dei famosi “centimetri” della Juve. Io gli spiegavo come era andata la partita, mi lamentavo del rigore non concesso o di un gol annullato e lui era lì ad ascoltare i miei sfoghi».

Eredità poi raccolta da Sensi. Quanto si somigliavano? «Holavorato con entrambi e posso dire che al grande carisma tutti e due associavano la capacità di saper gestire situazioni molto complicate. Viola non aveva il capitale di Sensi ma le stesse competenze per combattere il calcio del Nord».

Un grande imprenditore che ha fatto della Romaun’azienda moderna. Oggi quanto manca un personaggio così?
«Oggi il fattore soldi è fondamentale, il capitale degli sceicchi anche, ormai per la grande competizione servono grandi investitori, ma la conoscenza del territorio resta basilare. Io da calciatore posso solo dire che avevo un rapporto con il mio presidente che andava oltre, anche nel fare i contratti, unrapporto piùumanoe confidenziale, quasi tra padre e figlio, che oggi credo non esista più».

Cosa non gli sarebbe piaciuto del calcio moderno? «Sicuramente avrebbe amato i grandi calciatori perché era un esteta del bel calcio, e sono convinto che avrebbe combattuto certi procuratori che adesso spadroneggiano».

E il suo rapporto con la squadra?
«Non era uno che si intrometteva nelle questioni tecniche, e non l’ho mai sentito criticare le scelte dell’allenatore. Allora i presidenti compravano i giocatori e lì si fermavano, per le altre cose c’erano i direttori sportivi. Oggi vogliono tutti fare la formazione e il lavoro di un presidente va molto oltre».

Ci racconti della strana coppia con Liedholm...
«Vincente, sicuramente, nella strategia, nella scelta dei calciatori, e soprattutto nella scelta della Roma. Non so che rapporto avessero fuori dal campo, ma hanno fatto in modo che una squadra di provincia potesse lottare ai vertici. Se oggi la Roma è lassù, è soprattutto grazie alle basi poste da loro due».

Poteva vincere di più?
«Almeno altri due campionati, ma la Juve di allora, al di là dei “centimetri”, era una squadra fortissima. Anche in CoppaCampioni meritavamo più di una finale, ma per quel poco che abbiamo fatto tanto male non siamo andati».

Casualità ha voluto che stasera si giochi il derby di Coppa Italia. Cosa si attende?
«Che sia onorata la memoria di Viola con una bella partita, nell’etica dello sport, da chi è in campo e anche fuori».

di Simone Di Stefano: unita.it

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