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Congedi paternitÓ: l'esperienza di Stefano, un italiano in Svezia
Pubblicato il: 05/02/2011  Nella Sezione: SocietÓ

Lo ammetto, essere a casa in congedo parentale in Svezia è più facile che esserlo in molti altri paesi. Primo, per la possibilità di muoversi. Si gira con il passeggino senza esser costretti a gimkane e percorsi di guerra (adoro la semplicissima soluzione adottata per risolvere il problema “scale”: due binari zigrinati che coprono il passo standard di sedie a rotelle/deambulatori/passeggini e via), è facilissimo salire su autobus, tram e metropolitana (e a Stoccolma i primi due sono gratis per chi ha un bimbo nel passeggino).

Secondo, la facilità di gestire I vari momenti, dal cambio al pranzo. Praticamente tutti i bagni pubblici e dei ristoranti hanno il fasciatoio.

È andata peggio al terminal T2 di Malpensa: nessuno dei tre bagni vicini alle porte d’imbarco D15 ha un fasciatoio, quindi ho dovuto cambiare la bambina per terra.

Per quanto riguarda i pranzi, ogni ristorante, fast-food e food-court ha i seggioloni per bambini. Il modello più comune è l’Antilop di IKEA, meno di 15 euro, impilati non occupano spazio. I locali più eleganti si riconoscono dallo Stokke.

Poi ci sono i posti di ritrovo, le biblioteche con gli spazi per infanti con cuscinoni e libri “mordibili”, gli asili aperti dove i bambini si abituano a giocare con gli altri ed i genitori si scambiano esperienze o semplicemente hanno conversazioni più evolute che “dov’è il naso di papa? Ahi! No, quello è l’occhio”.

Mi è capitato di mangiare in un ristorante dove il gestore è andato a casa sua a prendere un paio di cuscini per far sedere più in alto la bimba su una sedia normale.

In questo noi italiani siamo unici.

di Stefano Dell'Orto su Vanity Fair