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Essere o non essere padre? Le paure dei papÓ oggi
Pubblicato il: 28/05/2011  Nella Sezione: PaternitÓ

In Italia si registra una natalità sempre più bassa. La voglia di fare figli c'è ma questi poi non si fanno. A dare ragione ad una ricerca dell'Università Cattolica, che incrocia i dati di un'indagine Istat del 2003 fatta su un campione di 20mila famiglie e un'inchiesta svolta a livello nazionale dall'ateneo su tremila giovani tra i 23 e i 37 anni (la ricerca su www.agcom.it), la colpa dei pochi figli d'Italia sarebbe da attribuire agli uomini, che trovano la decisione di fare il fatidico passo verso la paternità sempre più difficoltosa

In Italia, un uomo su due a 35 anni non ha ancora fatto un bambino. E mentre l'inesorabile ticchettio dell'orologio biologico spinge le donne ad accelerare i tempi per realizzare il loro desiderio di maternità, gli uomini d'oggi sempre più spesso si tirano indietro e continuano ad infrapporre tempo tra loro e la paternità. Non è mancanza di desiderio, quello, dicono i dati della ricerca, c'è, è più che altro paura di assumersi quest'immensa responsabilità in tempi sempre più precari e instabili.

Prima di diventare padre, l'uomo tende a pensare ad una situazione lavorativa stabile, ad uno stipendio più elevato, secondo gli studiosi c'è da aggiungere anche che la tendenza degli uomini di  rimandare la paternità sia da attribuire pure al fatto che questi tendono a lasciare il nido dei propri genitori sempre più vecchi.

Quindi, sembrerebbe che è colpa degli uomini se le coppie fanno sempre più fatica a metter su famiglia, e il risultato della ricerca dell'università Cattolica lo confermerebbero: a 35 anni quasi il 50 per cento degli uomini rimanda la paternità, mentre il 75% delle donne ha già un figlio. ''In nessun altro paese occidentale gli uomini aspettano così tanto per diventare padri - spiega Alessandro Rosina, demografo della Cattolica e responsabile della ricerca - . È come se con l'età qualcosa si inceppasse nel processo di realizzazione maschile dei propri desideri procreativi''. Questo inceppo ha un nome: si chiama ''sindrome del ritardo'' e colpisce la metà degli uomini italiani.

Come già accennato non è il desiderio quello che manca, secondo l'indagine, infatti, solo il 3,5% degli intervistati non vuole avere figli (contro il 2,5% delle donne) e l'80% pensa realisticamente di farli. Idea che viene rivista nella fascia d'età 33-37 anni, quando il 50% degli uomini vuole due figli ma il 40% ritiene possibile averne uno solo (contro il 58% delle donne).

''In assenza di vincoli la maggior parte delle coppie farebbe due figli - continua il professor Rosina - . Ma ci sono problemi oggettivi che fanno drasticamente rivedere al ribasso la loro previsione. Maggiori politiche di sostegno ai giovani a diventare autonomi dai genitori e a mettere su famiglia in età meno tardiva produrrebbero risultati molto positivi nel favorire sia una maggior fecondità sia una maggiore simmetria di coppia negli impegni familiari''.

Ecco uno dei nodi, quindi: a mandare in tilt il rapporto fra desiderio e sua realizzazione sono soprattutto i fattori economici legati alla precarietà del lavoro e al caro vita. ''Fattori che penalizzano più gli uomini, considerati ancora le colonne portanti della famiglia - spiegano gli esperti - . Ma anche la difficile conciliazione fra lavoro e famiglia delle donne danno ulteriore importanza alla situazione lavorativa dell'uomo''.

Altro nodo è quello creato da alcuni fattori culturali, a partire per esempio da una maggiore accondiscendenza dei genitori verso la permanenza dei maschi in casa. ''Gli uomini hanno più difficoltà a entrare nel ruolo di adulti non solo perché il passaggio è più lungo, ma anche perché si trovano di fronte donne che hanno aspettative professionali più alte - commenta la sociologa Chiara Saraceno - . Fare un figlio oggi per un uomo significa anche doversene occupare''.

I fattori economici e sociali rimangono comunque gli ostacoli più seri da affrontare, così come conferma un'altra indagine svolta dalle Acli (''Tra ideali e necessità. Gli italiani alla riscoperta della paternità'') e che costituisce il rapporto nazionale di un progetto di ricerca europeo che verrà presentato a Bruxelles dall'Iref, l'Istituto di ricerca delle Acli, il prossimo 30 marzo. Il progetto, chiamato T.I.R. (Two Images in Recostruction: Paternity and Maternity), finanziato dalla Commissione Europea, coinvolge, oltre l'Italia, anche la Grecia, l'Olanda, la Svezia e la Repubblica Ceca.

L'obiettivo del progetto è quello mettere in luce e confrontare gli stereotipi sulla paternità/maternità ancora presenti in Europa, promuovere una paternità più consapevole e responsabile, volta al raggiungimento di una maggiore parità tra uomini e donne.

A questo scopo, l'Iref ha sottoposto alla popolazione maschile italiana selezionata (un campione probabilistico di mille uomini adulti, il 70% padri) alcune questioni cruciali sulla rappresentazione e l'esperienza della paternità: il significato attribuito alla nascita del figlio e al proprio ruolo, le opinioni su chi all'interno della coppia debba occuparsi della sua educazione e della sua cura; la richiesta di servizi a sostegno della famiglia.

Andando per esempio a visionare alcuni dei dati che sono stati anticipati, al quesito sul significato della nascita di un figlio per un uomo italiano, più della metà del campione (55%) sembra viverla innanzitutto come un condizionamento, una responsabilità, se non un sacrificio; per il 44%, invece, la nascita di un figlio rappresenta uno stimolo ed un'opportunità. In un caso dunque, si ha l'immagine di una paternità come chiusura, come destabilizzazione degli equilibri esistenziali degli individui; nell'altro caso si profilano i caratteri di una paternità come apertura: diventare padre significa aprire una nuova fase della propria esistenza.

Le risposte ricevute alla domanda sul perché si fanno pochi figli, ci ricollegano direttamente al discorso precedente e ai dati raccolti dall'Università Cattolica. Il 35% degli uomini interpellati, infatti, pensa che si facciano pochi figli sostanzialmente a causa dell'inadeguatezza delle politiche familiari e lavorative, che si manifesta nella carenza di servizi per l'infanzia che consentano ai genitori di conciliare tempi di vita e di lavoro e, ancora più importante, nella mancanza della stabilità lavorativa che inibisce il desiderio di volere dei figli.

Secondo gli italiani, dunque, una risposta importante può arrivare dalle politiche sociali volte ad agevolare il compito dei genitori. Gli uomini intervistati chiedono un maggior sostegno economico alle famiglie (35%), incentivi alle imprese perché diano maggiori servizi alle coppie con figli (22%), una politica di adeguamento degli orari di lavoro alle esigenze familiari (21%).

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