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PapÓ Englaro: "Due anni senza Eluana? No, ne sono passati 19"
Pubblicato il: 07/02/2011  Nella Sezione: PaternitÓ

Se chiedete a Beppino Englaro come ha trascorso questi due anni senza Eluana, vi sentirete rispondere: «Non sono passati due anni, sono passati oltre diciannove anni da quando mia figlia è morta, da quando non abbiamo più potuto metterci in contatto con lei e percepirla». Da manager tecnico-commerciale, ormai, dal 2003, si dedica ad altro: prima ha lottato per «liberare» sua figlia, oggi accoglie le domande della gente che gli chiede di continuare la battaglia per «liberare» gli altri corpi imprigionati in una non morte e non vita senza fine. È stanco, ma non ha intenzione di mollare: conferenze, incontri, dibattiti. Senza pentimenti: «Ho sempre sostenuto che Eluana aveva idee chiare riguardo alla sua vita e in famiglia abbiamo tenuto una posizione univoca nell'assumerci la responsabilità di rispettare la ragazza per come si era espressa. La magistratura ce ne ha dato la possibilità. Non esiste un caso più cristallino. Eluana ha avuto le cure migliori, i medici migliori, l'assistenza migliore: ma era tutto inutile, lei voleva altro e abbiamo rispettato il suo desiderio. Non ci siamo mai sognati di chiedere ai dottori di fare l'impossibile».

Le sue volontà, Eluana le aveva espresse in modo netto di fronte a una tragedia simile a quella che le sarebbe capitata poco dopo: «Eluana aveva visto che dopo mesi e mesi il suo amico Alessandro non aveva ripreso coscienza e considerava una violenza il fatto che non poteva dire di no all'offerta terapeutica. Non ha mai concepito che gli altri disponessero della sua salute». Papà Englaro, per chiarire bene i suoi concetti, fa ricorso spesso e volentieri a due citazioni illustri: «Pulitzer diceva che l'opinione pubblica ben informata è la nostra corte suprema, perché a essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie e gli errori del governo... E aggiungeva: una stampa onesta è lo strumento efficace di un simile appello. E Sciascia diceva: a un certo punto della vita non è la speranza l'ultima a morire, ma il morire è l'ultima speranza. Come per Eluana». Mai avuto cedimenti, dunque, su questa linea? «No, mai. Il 16 ottobre 2007 la Corte di cassazione ha dichiarato che né il medico né lo Stato hanno potere sulla salute di un individuo. Il medico non ha l'obbligo di curare e qualunque tipo di intervento ha bisogno del consenso dell'interessato o di chi per esso. C'è una soluzione: dar voce a se stessi esprimendo i propri convincimenti con chiare disposizioni riguardo ai trattamenti clinici, nominando un delegato che rispetti queste disposizioni. Creare delle condizioni di non morte senza limiti per la medicina è normale: e per molte persone guai se non si mettesse in atto tutto il possibile; mentre altri, come Eluana, lo ritengono inumano, inammissibile, intollerabile». D'accordo, ma non ha mai pensato che Eluana potesse aver cambiato idea sull'argomento? O che magari - avendo la possibilità, per ipotesi, di esprimersi nel suo letto di ospedale - potesse pensarla diversamente? «Come faccio a presumere che ha cambiato idea? Per me valgono gli ultimi convincimenti che ho sentito pronunciare dalle sue labbra».

In un libro, lo scrittore Giulio Mozzi ha proposto alla Chiesa di dichiarare Eluana martire della tecnica. Beppino preferisce metterla in un altro modo: «Eluana è stata vittima sacrificale di meccanismi infernali che prima non erano mai stati messi in discussione». Le discussioni, dopo, ci sono state eccome. Tutti hanno detto la loro: filosofi, scrittori, teologi, medici, editorialisti. Le gerarchie di ogni tipo si sono fatte sentire. Berlusconi arrivò a dire che la ragazza in quello stato avrebbe potuto anche rimanere incinta. Se avesse visto il corpo di Eluana, rispose Englaro, il premier avrebbe parlato diversamente: «Lo confermo. Il giorno prima aveva parlato con il governatore Renzo Tondo e con il senatore Ferruccio Saro, di Udine, che avevano visto mia figlia. Loro hanno illustrato a Berlusconi la situazione di Eluana. Quel che ha dichiarato Berlusconi lo lascio alla sua coscienza».

Se fosse venuto in clinica, che cosa avrebbe visto?
«Non l'ho mai descritto, com'era mia figlia, e non lo dirò. Non riesco. Eluana si era espressa a questo proposito: non sognatevi mai di farmi vedere in quella condizione... Dipendeva in tutto da mani altrui. Era una continua profanazione del suo corpo, che era penetrato di tubi e da cui toglievano... Non mi faccia dire oltre... Per un purosangue tutto ciò sarebbe stato inconcepibile».

Purosangue? Qual è l'immagine ricorrente di Eluana nei pensieri di suo padre?
«Una sola immagine: Eluana era lo splendore della vita e tale rimane. Aveva un sorriso che irradiava splendore. È la persona più splendida che io abbia conosciuto, un purosangue della libertà, incarnava la libertà allo stato puro. Lo dicevano tutti: una creatura straordinaria. Era un vero dono che aveva ricevuto da madre natura». E non c'entrava niente l'educazione che le è venuta dai genitori? «No, noi non abbiamo meriti. Nostra figlia aveva questi doni e noi li abbiamo rispettati. Legga la lettera che ci ha scritto nel Natale 1991, un mese prima dell'incidente: Eluana aveva un'altissima considerazione dei suoi genitori e la cosa era reciproca. A me e a sua madre è bastato rispettarla, non toccarla con un dito, mai cercare di non snaturare una creatura del genere. Guai».

Le cure delle suore misericordine, a Lecco, l'avrebbero snaturata?
«Le suore erano al corrente di tutto, anche se loro si erano già espresse molti anni prima: ce la lasci, ce ne occupiamo noi... Ma noi sapevamo che Eluana non poteva sopportare le mani altrui, neanche quelle misericordiose delle misericordine... Per lei anche le mani dei suoi genitori erano mani altrui». Eppure la dedizione di quelle suore merita gratitudine, al di là del dissenso: «Per molti versi le suore si sono comportate in maniera splendida, non ci si può augurare cure migliori, più misericordia, ma non era questo il problema: avevano visto consumarsi anche la mamma di Eluana accanto al suo letto. Volendola lì con loro, erano state un po' crudeli con Eluana e con sua madre e io invece dovevo difendere mia figlia e mia moglie. Dissi loro: vi sarò grato per tutto ma ricordatevi che non avrò mai il minimo dubbio nel dire "no grazie" alla vostra offerta. Le suore lo sapevano da nove anni che le loro cure erano in contrasto con la volontà di Eluana. Ed Eluana sapeva che sui suoi genitori poteva contare».

Ci vuole molta determinazione per un padre nel portare fino in fondo questi principi. Per sua fortuna o per sua sfortuna, chi lo sa, Beppino Englaro non è credente: «No, no, non lo sono. Ci è mancata molto una persona: io e Eluana avremmo voluto dialogare con padre David Maria Turoldo, che era mio conterraneo e veniva ogni tanto anche a Lecco: sapevamo che la Chiesa gliene aveva fatte di tutti i colori, ma che non per questo lui aveva perso la sua fede. Turoldo era la persona che avremmo voluto incontrare, ma non c'è stato il tempo, era malato e nel febbraio 1992 è morto. Lui ci poteva capire. Avremmo voluto parlare di fede, ma solo con un personaggio di quel livello». Forse papà Beppino non ha mai parlato, come faceva sua moglie, con Eluana, al suo capezzale: «Certo, mi veniva naturale parlarle, ma sapevo di parlare a me stesso».

A proposito di parole, la vicenda di Eluana è diventata quasi un tifo da stadio. C'è chi ha parlato di eutanasia. «Cosa c'entra? Se scopro che ho il cancro non sono obbligato a curarmi, ben sapendo di andare incontro alla morte. In uno stato di diritto devo avere anche questa possibilità: devo rimanere sovrano nel decidere della mia salute. Non si può abbandonare un paziente che vuole essere curato e non si può costringere alla cura un paziente che la rifiuta. E se un medico mi dice: non posso non curarla, ora gli posso benissimo rispondere: non è vero! Ho combattuto quindici anni e nove mesi per poter leggere nero su bianco questa possibilità di dire no per Eluana. E adesso deve valere per qualsiasi altro cittadino che lo desideri. Quel che mi ha dato più fastidio è stato il fatto che la politica alla fine è stata così scomposta di fronte alla sentenza del massimo organo giurisdizionale».

E le campagne etiche e le levate di scudi cattoliche?
«Non mi hanno sfiorato, liberi tutti di fare le loro campagne. Liberissimi. Vadano pure avanti. Io farò lo stesso. La Chiesa ha le sue idee e vanno rispettate. Normalmente dovrebbe agire nel suo recinto, invece ha mancato di rispetto alle istituzioni italiane: la Cassazione non si permetterebbe mai di mettere in discussione il magistero ecclesiastico e la Chiesa invece si è permessa di contestare la magistratura. Comunque, la Chiesa sa di avere il mio rispetto e io credo di non aver avuto il suo». A un certo punto qualcuno ha sostenuto che anche quella di papà Beppino fosse diventata una battaglia ideologica e che forse questioni di questo genere richiedessero approcci più sfumati: «Io ho voluto solo assumermi le mie responsabilità alla luce del sole. Nel mio dna c'è il rispetto di me stesso e il rispetto degli altri. Ho verificato che gli altri non hanno lo stesso rispetto. L'atteggiamento ideologico non è certo il mio. O mi sbaglio?».

Nessun rimpianto ripensando al rapporto con sua figlia?
«Che rimpianti dovrei avere? Il mio lavoro mi portava spesso in viaggio, ma con Eluana ci capivamo ugualmente molto bene».

di Paolo Di Stefano: corriere.it